giovedì 16 ottobre 2014

Nel mezzo del cammin di vostra vita, voi, ammalati, dovete vergognarvi!

Andrej Tarkovskij nasce nel 1932 in Russia, a Zavroze, e fin da bambino eredita dal padre Arsenij quel senso poetico che influenzerà la sua vita di regista cinematografico e le sue altre occupazioni artistiche e letterarie. Il padre era solito scrivere lettere e poesie al figlio che vedeva poco, specialmente durante l’arruolamento nell’esercito russo; così che lui, curioso delle avventure militari del padre e desideroso di una sua reale presenza, imparava a memoria ogni lettera portando il suo ricordo sempre con se. La madre, al contrario, fu sempre presente nella sua vita. Nella sua educazione Andrej vanta un'incredibile preparazione in campo artistico che spazia anche alla pittura frequentando numerosi corsi. Grazie a queste esperienze si avvicina verso la cultura russa, piena di capolavori e di contraddizioni. Nel 1952, inizia a lavorare per tre anni come geologo raccoglitore nella taiga siberiana e così comincia la sua attenzione ossessiva alla natura che da sempre contraddistingue le immagini di Tarkovskij. Al ritorno si iscrive all’Istituto Statale di Cinematografia a Mosca e da quì inizia la sua lunga produzione di capolavori cinematografici. 

Nel 1966 quando il registra gira “Andrej Rublev”, apre ufficialmente un'ostilità con il regime sovietico che influenzerà tutta la sua futura carriera. Il film è una parabola sul senso dell'arte che vince sulla politica sanguinaria degli uomini. Non piacque alle autorità sovietiche che, vedendo in quella Russia descritta dal film una metafora di quella contemporanea, ne ritardarono l'uscita per 6 anni. 

Negli anni di Tarkoskvij in Russia si assiste ad un movimento artistico e culturale, quello del realismo-socialista: in primo luogo veniva osteggiata qualsiasi forma di individualismo, e il singolo non doveva mai essere esaltato a discapito della massa; al contrario, i personaggi che tendevano a mostrare un eccesso di ego dovevano apparire come dei perdenti o quanto meno vivere esperienze che li inducessero a riconoscere il proprio eccesso di ego come un errore e accettare il ritorno in una dimensione collettiva della vita. 

Dopo altri vari scontri con il regime a causa della pubblicazione di suoi capolavori come “Solaris”, che viene tagliato e modificato senza l’approvazione del regista; o “Lo specchio”, il film più personale ed ermetico del regista che scatena ancora di più l'ostilità del regime sovietico nei suoi confronti a tal punto che porta Mosca a vietare al film la partecipazione a qualsiasi festival e addirittura al regista di girare altre pellicole, inizia un rapporto con il Belpaese che lo porterà, nel 1982, a lasciare per sempre l'Unione Sovietica e a iniziare, come Aleksandr Solzenicyn e Mstislav Rostropovic, una vita da esule in giro fra Stati Uniti ed Europa. 

Tarkovskij in Italia trova il sostegno del comune di Firenze, che gli regala un appartamento, e l'amicizia di Tonino Guerra, con il quale ha avviato il progetto di 'Nostalghia', film che esce nel 1983, interamente girato nella campagna senese, con un omaggio a Piero Della Francesca e alla sua 'Madonna del Parto'.

Muore a Parigi nel 1986.

Egli fu definito poeta del cinema, un regista capace di dare definizione e concretezza all’astrattezza pura del sentimento elegiaco. Egli quindi vuole riassumere attraverso il cinema d’arte una visione poetica dell’esistenza umana nel contesto politico e sociale del suo tempo, dove le libertà di espressione artistica sono ostacolate.

E’ nel film Nostalghia del 1983, e in particolare grazie al monologo della figura illuminista del ‘pazzo’ Domenico (che arrampicatosi sulla statua del Marc’Aurelio al Campidoglio proclama la sua verità al mondo), che Tarkovskij esalta i suoi ideali.
Il pazzo è reso tale dalla consapevolezza del fatto che i suoi ideali non possano divenire realtà, egli non sa più vivere nel desiderio di esprimere il suo pensiero equi ricerca la libertà e un mondo dove la società sia unita nella maniera più semplice, semplice come la natura, e dove la società torni unita nel modo di rispettare gli ideali altrui e di non intaccare la purezza dello spirito artistico e individuale dell’uomo. 
Andrej pensa che ciò che conta siano le piccole cose, i nostri piccoli e grandi propositi, e che l’attaccamento ai grandi piani che riguardano l’umanità, siano inutili. Quindi fa un’aperta denuncia all’idiozia umana, alla perdita di spiritualità, all’indifferenza e all’inclinazione alla rovina, al ripudio dei veri maestri e alla perdità di valori interiori. 
Le parole di Domenico ci fanno riflettere su come la rassegnazione, la rinuncia a qualsiasi possibilità di cambiamento dietro il rassicurante conforto del “tutto è inutile”, il coprire i cuori di ombra non lasciando nessun spiraglio di luce, siano, tutti questi, tra i mali peggiori dell’umanità.

Facendo un gigantesco passo nei secoli, esiste uno scrittore del trecento come Dante Alighieri che, sebbene egli avesse trovato la sua retta via nel cammino spirituale verso Dio e un grande maestro come Virgilio, si ritrovava dapprima in una condizione di smarrimento e di depressione paragonabile a quella di Andrej, dove la sua condizione è soltanto di poco peggiore a quella della morte spirituale (tant’è amara che poco è più morte), la stessa morte spirituale di Tarkoskij. 
Anche Dante parla a nome dell’umanità sofferente e "ammalata", e lo fa utilizzando l’aggettivo ‘nostra’ nel verso “Nel mezzo del cammin di nostra vita’. 
Il poeta nel mezzo del cammin di nostra vita all'improvviso prende consapevolezza della condizione negativa in cui è entrato quasi inconsapevolmente, e che è anche la condizione di corruzione dell'intera umanità. Il motivo personale e quello universale continuano costantemente a sovrapporsi.

Eppure, nel ventunesimo secolo, a me che scrivo, non sembra così distante questa sensazione di insicurezza, ciò che è stato un topic letterario attraverso i secoli, è la mia realtà oggi. 

Anche noi giovani, nel nostro particolare periodo storico, ci sentiamo persi, impauriti dal nostro futuro.
Ciò che dobbiamo fare è ricercare una guida: e con questo non mi riferisco per forza ad una persona fisica, se questa c'è, meglio ancora, ma mi riferisco a una guida della nostra anima, che possa essere un obiettivo o una passione, o il nostro proprio senso della vita. 

Non bisogna credere mai nel ‘tutto è inutile’ dell’epoca di Tarkovskij, bisogna invece allargare i propri desideri e non permettere a nessuno di averne il predominio e di sottomettere il nostro spirito artistico e individuale. 
Dobbiamo potere gridare di volere costruire le piramidi. Poi se questo sarà impossibile, non conta. Non bisogna permettere a nessuno di avere la meglio sul nostro ego, né questo deve essere corrotto dalle regole conformiste della realtà in cui oggi viviamo. 
E’ solo se ognuno segue i propri sentimenti con coerenza che si può vivere nel rispetto, e senza la paura di avere un grande maestro che ci stia sempre accanto, per dirci cosa è meglio fare. 
Non esiste il 'non ci possiamo fare niente'. Ci possiamo fare tutti, dipende soltanto da noi.

Ruggero Pane



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