venerdì 10 aprile 2015

Il mio campo

Ho accettato la visita ad Aushwitz e Birkenau in occasione del viaggio di istruzione di marzo 2015, consapevole del fatto che sarebbe stata un'emozione molto forte, e dopo tutto quello che ho potuto vedere con i miei occhi, l'unica cosa che mi viene da pensare è che il mondo non può che piangere e soffrire ancora per la perdita di così tante donne, di così tanti bambini e di così tanti uomini, sradicati dalle loro famiglie, dai loro amori e dalle loro crescite.
Mentre camminavo lungo i viali che intervallavano quelle che un tempo erano le fabbriche di morte, putride di uomini ridotti a stuzzicadenti, mi è tornato in mente un passo da “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij che esprimeva a pieno un pensiero che in quel momento mi stava tormentando:                 

“Si sente infatti parlare a volte di crudeltà "belluina" dell'uomo, ma è profondamente ingiusto e offensivo per le belve: una belva non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, così artisticamente e raffinatamente crudele. Una tigre morde, sbrana e non sa fare nient'altro. Non le verrebbe mai in mente di inchiodare gli uomini per gli orecchi per tutta una notte, neppure se fosse in grado di farlo”

L'uomo più riceve e più ripudia quanto ha ricevuto. Egli ricevette il dono della mente, quella mente tanto elogiata da filosofi e scienziati e che avrebbe dovuto rappresentare il nostro essere, superiore a quello animale. Ma ciò è tremendamente falso: gli animali restano sempre fedeli al proprio essere e l'uomo mai. E' un vizio che abbiamo sempre posseduto e che continuiamo a possedere; è quel vizio che non ci fa rendere conto di ciò che abbiamo già e che ci fa desiderare sempre di più, che ci fa sentire padroni incondizionati del mondo. Lo si riscontra sempre anche nei nostri piccoli gesti quotidiani, è lo stesso vizio che ci fa buttare una cicca per terra piuttosto che in un cestino. L'uomo pensa solo ad avere ancora di più perché tutto deve essere suo; anzi, non pensa, agisce e basta, e annienta il pensare rinvigorendo il proprio egoismo.
Il piano di conquista del potere su tutto è lo spirito che contraddistingue le politiche totalitariste, come quella nazista; e Aushwitz e Birkenau si sono presentate ai miei occhi come faccia crudele dell'arte di questo potere. L'arte asettica del cattivo e “utile” fine. Trovandomi a guardare quei caseggiati dai mattoni rossi, e provando a immaginarli senza alcuna recinzione spinata, l'insieme delle costruzioni sarebbe quasi quasi potuta sembrarmi la schiera di villette che formano il camping dove passo una settimana d'estate.
Che fantastica presa in giro. Prima di entrare leggo "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi. Scritta che oggi sintetizza in modo beffardo le menzogne dei campi di concentramento nei quali i lavori forzati, la condizione disumana di privazione dei prigionieri e il destino finale di morte, contrastavano con il significato opposto del motto stesso. 
Menzogne ovunque. Oltrepasso la soglia e mi ritrovo dentro, e a quel punto quello che riesco a fare è abbassare la testa e far scendere una lacrima. 
L'uomo non solo si è reso responsabile dello sterminio ma ha agito nel modo di renderlo ancora più cruento per le vittime e meno problematico per sé stesso, ha agito come un automa distaccato il più possibile da ogni tipo di coinvolgimento emotivo umano.
Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa liberava Auschwitz. Nel campo principale, 1200 prigionieri erano in tali condizioni di salute da non potersi unire ai 60.000 inviati verso occidente con le “marce della morte”; a Birkenau restavano 5.800 internati e nelle baracche inspiegabilmente non distrutte dai nazisti vennero ritrovati, secondo i documenti, 5525 paia di scarpe da donna, 3800 paia di scarpe da uomo, 348.820 abiti da uomo, 836.255 abiti da donna, 13.964 tappeti, 69.848 piatti, montagne di spazzolini da denti, pennelli da barba, occhiali, stampelle e sette tonnellate di capelli umani. Ad Auschwitz furono imprigionati e ammazzati ebrei da ogni parte d’Europa e sul numero di uccisioni rimane tuttora il mistero, perché durante il processo di Norimberga fu ripetutamente chiesto a Höss, il comandante di Auschwitz dal 1941 al dicembre 1943, il numero dei prigionieri assassinati e lui non fece altro che ripetere la cifra indicata da Eichmann, che stimava in due milioni e mezzo gli ebrei sterminati, ai quali andava aggiunto però un altro mezzo milione morto per malattia o sfinimento per lavoro. Ad Auschwitz inoltre stava una banda di criminali in camice bianco agli ordini del famigerato dottor Mengele, il più sadico e infame medico criminale al quale non mancava certo in questo lager il materiale per i suoi ignobili esperimenti.
Ad Auschwitz le tecniche di sterminio avevano raggiunto il massimo dell'avanguardia. Bastava un barattolo di Zyklon B inserito attraverso una presa d'aria posta sul tetto delle camere a gas da parte dei nazisti o dagli ebrei resi complici, “la zona grigia”, bastava che si chiudesse la presa d'aria e il gas che veniva fuori per via del contatto con l'aria calda cominciasse a fare il suo effetto: millecinquecento persone morivano contemporaneamente in trenta minuti, tutto così facile.
Ho visto i pigiami a righe che i prigionieri del campo erano costretti a indossare e ho provato soltanto a immaginare cosa potesse significare essere vestiti con pezze del genere, mentre io a marzo, con il sole e tre strati di lana addosso e un giubbotto, sentivo ancora freddo e avevo le mani congelate. E' stato forte e triste vedere un ammasso, alto almeno quattro metri, di scarpe, quelle che i prigionieri dovevano rimuoversi per indossare zoccoli di legno. Non è stato facile vedere i resti di vita di persone come noi, vedere le cose più intime che neanche chi le possedeva aveva avuto modo di rivedere. Non è stato facile vedere le loro valigie tutte scritte e numerate perché, come veniva loro simpaticamente raccomandato, avrebbero dovuto ricordarsi la posizione in cui lasciavano il bagaglio per il fatto che al ritorno lo avrebbero dovuto riprendere. Quei bagagli venivano invece sottratti e direttamente portati nelle macchine disinfettatrici. C'erano protesi, c'erano montature di occhiali... ma la cosa per me più difficile da riuscire a vedere in quella zona sono stati i capelli, un ammasso altissimo di capelli umani destinati a diventare coperte e tappeti, giusto per risparmiare un po'. Ho visto il "blocco della morte", nei cui sotterranei erano presenti delle cellette dalla dimensione non più grande di quella di uno stretto ascensore, cellette alte e circondate da mattoni, dalle quali si accedeva gattonando da una finestrella posta in basso, dove si stava in parecchi e lo spazio non bastava nemmeno per sedersi, dove l'unica presa d'aria, una sporgenza in ferro bucherellata che dava sul cortile accanto, quasi sempre era ricoperta dalla neve. Nello stesso cortile c'era un muro in cui venivano fucilati i prigionieri, fatto con un materiale particolare che serviva ad attutire i rimbalzi delle pallottole. A Birkenau ho visto uno dei dormitori rimasti, quelli sui quali dovevano dormire erano dei piccoli quadrati di legno posti uno sopra all'altro "a castello" e sui quali i prigionieri venivano ammassati anche in setto, otto. Nella stessa baracca ho letto le scritte dei prigionieri incise sui mattoni con date risalenti al '42. Ho visto le sale nelle quali tagliavano i capelli o cercavano i denti d'oro ai prigionieri, tutte precedute da insegne come "Il barbiere" o "Il dentista". Ancora menzogne, ancora rabbia. Ho visto tantissime cose e ho letto tantissime scritte, ho visitato i moderni musei davvero emozionanti che si trovano all'interno di alcuni edifici, fatti di proiezioni nel buio, di suoni e di riproduzioni. Ho girato moltissimo e ho camminato per attraversare i 175 ettari su cui si distende il campo di Birkenau, all'andata e al ritorno. Una camminata durante la quale ho visto solo male intorno a me, durante la quale sono stato preso da tante emozioni, mentre il freddo mi congelava le mani.   
Tanto tempo fa nella lingua latina la parola campo nasceva per dare un nome alla verde campagna. Poi un giorno arrivò la guerra, che invase tutto e invase anche le parole, così il campo diventò un posto dove combattere, un campo di battaglia; e così anche le praterie iniziarono a macchiarsi di sangue.
Io penso che tutti, avendo avuto assegnato un titolo simile su cui scrivere, avrebbero piuttosto preferito parlare della propria vita, dei propri studi, del proprio lavoro, perché quasi sempre il nostro campo è quello che ci fa amare la vita di tutti i giorni, e per questo è giusto rendergli omaggio.      
Noi stessi siamo il nostro campo: siamo campi pieni di sogni, di aspirazioni, di obiettivi, di conquiste, di emozioni che ci fanno arrabbiare, piangere, sorridere. E' il campo della vita, è il campo della libertà.
Ci pensiamo a quanta infinita roba porta con sé un campo del genere? Come si può allora volere così tanto male a noi stessi e al nostro campo? Come si può allora avere il coraggio di ricoprire di pietre questo dono che la vita ci ha fatto? A cosa serve annientare la nostra Persona se non ad autodistruggerci? E non solo, perché auto-distruggendo noi stessi distruggiamo anche gli altri. Come può un campo, che nasce come quello degli altri, avere avuto il coraggio di sterminare circa undici milioni di altri campi, della stessa identica natura, con le modalità più sofisticate e atroci. Come mai si è dato spazio a ciò e perché questo è stato concesso? L'essere umano ha costruito questo complesso e lo ha calcolato nei minimi particolari, nelle minime rifiniture, lo ha “abbellito” perfino da insegne ingannatrici dipinte sul muro o battute col ferro. Perché? Mi sono ritrovato a comprendere quanta assurdità c'era stata nelle azioni umane, avendo visto con i miei occhi quanto nessun racconto avrebbe potuto farmi immaginare così. Tutto per uno stupido attacco alla diversità, che mi ha fortemente reso nervoso. Andare contro ogni differenza, ad ogni costo; avere la premura di essere presto tutti uguali per me è stata la prova che il diavolo esiste davvero. Ho preso coscienza del potere di un semplice simbolo: i prigionieri venivano bollati a seconda della categoria cui appartenevano tra prigionieri politici, rom, omosessuali, criminali, anti socialisti, testimoni di Geova... Ho preso coscienza di quanto sia dannosa un'etichetta e di quanto sia importante invece possedere un nome. Dopo essermi reso conto che persone lì dentro erano morte senza una reale valida motivazione e che tutto ciò che avevo di fronte era stato realizzato da persone della mia stessa razza umana, proprio allora ho sentito su di me un grosso senso di colpa che mi ha pietrificato. Mi sono subito reso conto della fortuna che ho nell'essere una persona rispettosa. Mi sono reso conto di cosa significhi essere liberi e di cosa significhi invece non avere nessuna libertà e nessuna via di scampo. Mi sono reso conto di quanto sia importante che io rivendichi la mia libertà ogni giorno.
Noi, a differenza di tutti coloro che muoiono per la guerra e in particolare perché vittime della “stupidità del male”, abbiamo la libertà di essere individui pensanti, e questo dovremmo ricordarcelo ogni giorno, per non dimenticare quanto l'umanità ha dovuto subire e per far sì che nessuno, mai, si permetti di mancarci di rispetto o di volere il nostro male. 
                                                                                                                           Ruggero Pane
                                                                                                   




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